Zio Enos - .: COMUNE DI ROVERBELLA (MN) :.

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Zio Enos.

di Gino Viviani.

Enos Passerini - Ritratto Conobbi lo zio Enos quando ancora viveva a Milano e a me, bambino, risultò subito un curioso e interessante personaggio.
Ed Enos Passerini, senza dubbo, è stato un personaggio. Non alto ma neppure basso, magro, di aspetto sano, se ne andava vestito di scuro, come allora era consuetudine di chi, sia pur non vecchio, già s'era guadagnato rispetto. Il suo abbigliamento rientrava quindi nelle norme del costume, ma si distingueva per il fatto che non c'era giorno o stagione che presentasse una variante: era sempre uguale, come una divisa; la sua divisa.

Non ricordo di averlo visto mai se non vestito da una giacca nera piuttosto ampia appaiata con pantaloni rigati in grigio e nero come quelli del tight; un panciotto grigio, di panno o di fustagno spigato, stretto alla vita, ne smagriva ancor più la figura. La camicia, di tinta unita dichiaratamente paglierina, aveva il colletto molle a lunghe punte, sotto al quale spiccava la cravatta nera a fiocco, segno non tanto di impegni ideologici, quanto bandiera di quella libertà individuale radicata nel suo animo d'artista.
Sempre, in inverno come in estate, portava un capello di morbido panno grigio, con alto nastro nero, deformato sul davanti da due simmetriche e larghe impronte che lo stringevano verso l'alto, dove una profonda piega ne divideva la cupola per tutta la lunghezza. Stazzonato non per malaccortezza ma, credo, per compiaciuto vezzo, il capello riultava quindi affusolato verso l'alto e, se non fosse stato per la tesa, anch'essa tuttavia mollemente ondulata, lo si sarebbe potuto prendere per uno di quei copricapo fatti con carta di giornale usati dagli imbianchini e dai muratori.

Fra il cappello e la nappa della cravatta viveva il viso, specchio sincero del suo carattere. Gli occhi si intravedevano a malapena, profondi sotto la fronte, e le palpebre, contratte come in chi guarda contro sole, delimitavano una fessura che rivelava il guizzare dell'iride chiara. Il naso, stretto alla radice, scendeva dritto per prendere corpo nelle affilate narici che ombravano l'alto labbro superiore. Due baffetti di color biondo ramato sfumavano il labbro mistificandone la vera altezza, che andò tuttavia rendendosi manifesta con gli anni, quando i baffi, ingrigendosi e facendosi radi, finirono quasi per non vedersi più. Il taglio della bocca risultava più lungo di quanto non fosse per la tensione delle labbra sottili, atteggiate in un continuo sorriso chiuso e trattenuto, sornione. Quando il riso trovava ragione per farsi palese, la bocca non si apriva mai di molto, ma quel tanto bastava perchè le guance, sollevandosi, rinserrassero gli occhi fra le palpebre facendoli scomparire del tutto. E se il ridere era prolungato, anche il respiro ne partecipava spezzandosi in un caratteristico stridulo singhiozzo. Dopo la risata, al ricomporsi del volto, alcune lacrime luccicavano all'angolo interno degli occhi. I sopraccigli poco marcati ed i capelli fini, scriminati sul lato, mi sembra non avessero particolare importanza nel suo volto che io, ora, vedo tutto vivere nell' espressione degli occhi e della bocca.
Accompagnato dalla mamma, andavo abbastanza di frequente a far visita agli zii Passerini: Enos e Bianca. Bianca, sorella della mamma, aveva sposato il pittore Passerini; da Roverbella, paese natale di entrambi, si erano trasferiti a Milano, dove risiedeva la mia famiglia. Non so quali siano state le vere ragioni che indussero gli zii a venire a Milano; di certo so che quando nacqui loro già da tempo avevano lasciato il paese e che, ancor prima, lo zio aveva vissuto un periodo in Argentina, da dove era tornato ricco forse di nostalgie, non sicuramente di fortuna.

Zio Enos e zia Bianca abitavano in un piccolo appartamento in via Stoppani, una via che si stacca a metà circa di corso Buenos Aires, già allora importante per il suo traffico e i suoi negozi. Noi abitavamo nella stretta e corta via Laura Mantegazza, vicina all'Arena ed al Parco, nella zona di corso Garibaldi. Da via Mantegazza a via Stoppani, mamma ed io andavamo a piedi. Risalivamo Via Moscova e, superato il naviglio all'altezza di via San Marco, già sapevo che ci si sarebbe fermati per una breve sosta nella chiesa di Sant'Angelo, dove si diceva una preghiera e la mamma avrebbe acceso una candela. Continuavamo poi attraverso i Giardini Pubblici. Qui mi era consentito indugiare, mai però quanto avrei voluto, fra i recinti dello zoo dove, soprattutto davanti alle gabbie dei leoni ed alla vasca della foca, potevo soddisfare le mie curiosità infantili e dar stimolo alla fantasia. Si riprendeva poi verso porta Venezia e lì, usciti dai Giardini e rientrati fra le case, aveva fine il mio sogno d'essere esploratore in Africa o baleniere al Polo. Il tratto di corso Buenos Aires comportava fermate davanti a questa e a quella vetrina, verso le quali era attratta mamma e per un poco m'impegnavo a distrarmi con il via vai delle auto e dei tram ed il passare della gente, ma ben presto, stufo, cominciavo a tirarle la manica perchè si continuasse il cammino.

Enos Passerini - 01
 
A casa Passerini, se non c'era lo zio Enos a mostrarmi i suoi libri di pittura ed i suoi bozzetti o a raccontarmi alcune delle sue storie argentine, devo dire la verità, non è che  mi divertissi molto: di tutto quello che si dicevano la zia e la mamma ben poco m'importava; anzi, a sentir loro, non le dovevo neppure stare ad ascoltare, e tanto meno potevo interloquire, perchè quelli non erano discorsi per bambini. Mi estraniavo quindi guardando i dipinti appesi in sala e nella camera da letto, nella quale riuscivo ad entrare silenziosamente eludendo l'attenzione delle sorelle immerse nelle loro confidenze. I quadri, ad eccezione di alcuni, cambiavano di volta in volta: i più recenti lavori dello zio prendevano il posto dei vecchi ed i vecchi, tolti fuori dalle cornici, venivano raccolti, accostati con cura l'uno all'altro, in uno spazio fra l'armadio e la parete. Ed io rovistavo con gli occhi sui quadri appesi e in quelli accatastati, e tutti li sfogliavo, come si trattasse di un grande libro illustrato i cui fogli si fossero confusi ed a me spettasse di riordinarli per leggerne la storia.
All'improvviso squillava l'energico richiamo: che non toccassi i lavori dello zio e tornassi di là. Già sapevo che avrei trovato sul tavolo un'antica e massiccia scatola di legno scuro intagliato - quasi la sento ancora tra le mani - in cui, purchè stessi buono, mi si lasciava pescare fra le caramelle, gli amaretti ed i biscotti secchi che vi erano contenuti. Mentre la mamma e la zia continuavano a confabulare, con i dolci arraffati, andavo a sedere su uno sgabello vicino alla finestra dalla quale guardavo fuori: le case sull'altro lato della via, i tetti, una fascia di cielo.
Al crocchiare degli ultimi biscotti, su quel cielo che m'incantava, libere dalle tele prendevano forma immagini che si accavallavano e si fondevano in un'unica nebulosa rappresentazione. Correvano martiri e santi con i simboli del loro sacrificio e della loro fede e putti e angeli in vortice e Madonne in presaga contemplazione del loro bambino Gesù e crocifissioni e deposizioni che, nella loro glacialità, fermavano, cesure ineluttabili, l'andare del tutto. I colori bruni, lividi, non concedevano profondità allo spazio e le occasionali e stridenti luci inquietavano ancor più le scene. Vivevo ansia e disagio, oppressione e paura. Avrei voluto strapparmi da quelle visioni che sollecitavano con troppa violenza il senso di irresponsabile colpevolezza che c'è in ogni bambino, ma un sentimento di mortificazione riparatoria m'impediva di rompere la contemplazione.
Poco a poco queste immagini affievolivano fino a stemperarsi, disfatte. Nel silenzio visivo che seguiva, nuove tranquille impostazioni coloristiche si componevano in figure nelle quali riconoscevo la zia che seduta su quella sedia cuciva, che su quel tavolo stirava; la zia appisolata sul divano e poi la zia che, felice, stringeva fra le braccia un neonato: sua figlia. E vedevo la piccola dormire nella culla, le manine e il visino fatti di pennellate rosee fra le bianche del lenzuolo e del cuscino. E vedevo la bambina, alla luce di una lampada, scarabocchiare un foglio a un tavolino e, in piedi, appoggiata ad una sedia, quasi la sentivo compitare il sillabario. La sua adolescenza fioriva in festosi seppur modesti vestiti, mentre attorno le si concertavano vivaci macchie che traevano le loro armonie da gomitoli di lana posti in un cesto, da rotondi frutti che riempivano una fruttiera, da fiori messi in un vaso; da una tovaglia da un piatto da una brocca colpiti dal sole; dalle fiamme di un caminetto, presso la cui bocca ronfava un gatto accovacciato. Le visioni si seguivano fugaci l'una all'altra per lasciare alla fine il campo all'adolescente che, in attegiamenti diversi, mi si mostrava a lungo, quasi volesse definirsi al meglio nel suo aspetto. E questa fanciulla, dalle labbra mosse da un incompiuto sorriso e dai lunghi capelli castani, che ornati in cima al capo da una gala bianca scendevano gonfi ad incorniciare sui lati l'ovale del viso fino a svolgersi in ampi boccoli sulle spalle, mi guardava con i suoi grandi occhi nei quali un guizzo di innocente furberia attenuva la morbida connaturata malinconia. Una lunga collana di grosse gocce d'ambra le cadeva sul petto acerbo che, sotto la camicetta, sembrava sollevarsi in profondi respiri. Mentre la comunione visiva si faceva via via più profonda, sempre più la mia realtà si perdeva nel sogno, ma quando il sogno stava per essere la mia nuova realtà, quando già mi sentivo un'immagine di quell'impalpabile carosello, la fanciulla sveniva nel cielo dove tentavano di ricomporsi le prime livide visioni che si cancellavano però ben presto nel buio della sera.
Non capivo, non riuscivo a capire il tessuto di quella storia che non sapevo e che pure sentivo. Per un po', smarrito, rimanevo a guardare il nulla, fin che, cessato lo smagamento, tornavo a vedere le case di fronte con le loro finestre che s'accendevano qua e là nelle facciate sulle quali batteva fioca la luce dei lampioni.
Mi ritrovavo seduto alla finestra; sentivo di nuovo le voci della zia e della mamma che, sorprese ogni volta d'aver fatto così tardi, lasciando perdere i convenevoli, si scambiavano rapidi saluti. Davo anch'io uno stranito bacio alla zia che ci accompagnava alla porta e via, giù per le scale dietro alla mamma. Frettolosamente raggiungevamo corso Buenos Aires, dove passava il tram numero 17 che ci avrebbe presto portati a casa.
Dimendicavo tutto, sin quando, prendendo sonno nel mio letto, mi trovavo coinvolto ancora nell'impegnativo gioco di capire. Le immagini che ogni volta avevo guardato e i frammenti di discorso che avevo casualmente sentito si andavano decantando. Sapevo così che lo zio Enos e la zia Bianca erano vissuti felici in una casa dove la zia, giovane sposa, cuciva e stirava e lavorava a maglia e c'erano fiori e frutti e un tavolo su cui i piatti e la brocca segnavano le serene pause della mensa. Un caminetto acceso riscaldava al bisogno la stanza; un gatto si aggirava pigramente da una sedia al divano, per trovare alla fine posto sullo zoccolo del focolare. In quella casa la bambina cresceva e si faceva adolescente sino a diventare la giovanetta la cui presenza tanto insisteva. E della piccola lo zio aveva vissuto il crescere, mettendo nelle forme  e nei colori tutta la dolcezza e la sensibilità di un padre pittore che non trova ispirazione migliore di quella offertagli dalla figlia che ogni giorno si fa nuova. Ma gli altri dipinti, quelli che mi turbavano e avrei voluto non vedere, e che invece continuavo ad aver presenti nell'intento di trovare la nascosta ragione del loro esistere; quelle immagini che sempre erano il misterioso e affascinante proemio e la temuta e sconvolgente chiusura del mio vagheggiare, che cosa significavano? che cosa mi volevano dire? Perchè i quadri che raffiguravano la zia, la raffiguravano sempre giovane e non la seguivano più, oltre un certo giorno, nel suo evolvere nel tempo? Perchè le immagini della giovanetta non la mostravano nel suo farsi donna? Perchè quel dolce volto doveva chiudere il mio fantasticare, svanendo all'improvviso, senza che mai mi fosse dato di conoscerlo, di trovarlo vivo? La storia della zia e dell'adolescente non continuava: il racconto delle immagini serene si fermava; l'altro, quello delle cupe, insisteva. Come valve di una conchiglia, gli oscuri colori, che aprivano e chiudevano le visioni, contenevano e proteggevano il cuore della storia.

Enos Passerini - 02 Ma un giorno le frasi rotte, che dai discorsi della zia e della mamma cadevano su di me, si composero in un senso ch'io riuscii a capire. Solo allora potei decifrare il messaggio dei quadri oscuri e rendermi conto dell'importanza che essi avevano nella storia che cercavo. Seppi così che non c'erano due storie, quella dei quadri chiari e quella dei quadri scuri, ma che la storia era solamente una e che fra il chiaro e lo scuro non esisteva contraddizione perchè quella era una storia vera, una storia viva. E imparai che le storie vive, quali possano sembrare, sono fatte di chiari e scuri che si seguono sovrapponendosi gli uni agli altri, così come il tempo, quello che dura da sempre da quando ci sono storie vere, è fatto dal giorno e dalla notte, compenetrati inscindibilmente l'uno nell'altra nel loro continuo inavvertibile succedersi.
La figlia dello zio Enos e della zia Bianca era morta di tifo all'inizio della sua giovinezza. Quell'adolescente che mi guardava con tenera insistenza non c'era più. Lo zio  e la zia non parlavano di lei e tantomeno ne volevano sentir parlare. Solamente la zia quando s'incontrava con la sorella, per trovar conforto, ne diceva qualche cosa con frasi incompiute che si perdevano in altri discorsi o si spezzavano in silenzi brevi e ripetuti. Io non sapevo e ancora per molto avrei continuato a non sapere, se le immagini dei quadri non avessero colto l'occasione di animarsi nella mia fantasia ed io, sollecitato delle visioni, non avessi cercato di dere ordine ai bisbiglii.
Conobbi così mia cugina, che, per un misterioso e reiterato omaggio alla biblica stirpe di Dio, portava lo stesso nome del papà: Enas. Fu così che fra me, bambino che crescevo, e lei, giovinetta ormai ferma per sempre nella sua adolescenza, naque una feconda e silenziosa intesa.
Questa intesa mi mise nelle condizioni di poter capire perchè la pittura dello zio Enos si fosse fatta cupa, ispirata ad inquiete, tormentate e colpevolizzanti simbolizzazioni; perchè, per quanto si ripetessero, i quadri della Vergine con il piccolo Gesù non lasciassero respirare speranza: sul volto della Madonna leggevo solamente il timore e la paura di quello che sarebbe accaduto al figlio uomo. Dopo la morte di Enas, tutto era crollato nell'animo dello zio e la tavolozza non trovava più i colori della felicità sua e della sua famiglia, i colori dell'amore portato alla sua sposa e alla sua bambina. Nei quadri che continuava a dipingere veniva urlata la domanda "perchè?", ma la domanda non otteneva risposta. Nell'animo dello zio la risposta non c'era: niente aveva più ragione di essere.

Durante un'estate di quegli anni, all'Arena ci fu un spettacolo di fuochi artificiali. Gli zii vennero da noi per vederli: il nostro appartamento aveva un balcone rivolto verso il Parco e da lì, sia pur lontano, si poteva godere lo spettacolo. I fuochi esplosero in luminosi fiori, in sfere che si allargavano a dismisura, in fiammelle multicolori che scendevano lente, spegnendosi; nel finale diventarono sempre più rumorosi e fitti e accecanti fin che il cielo scomparve dietro le loro luci. Tre assordanti petardi ne segnarono la fine. Spenti i fuochi, zittiti gli spari, dissolti i fumi, ricomparve imperturbato il buio della notte serena e le stelle tornarono a mostrarsi con il loro silenzioso brillio.
<Guarda il cielo> mi disse lo zio <Con tutto il fracasso fatto e con tutti i fuochi lanciati in alto, pareva che gli uomini avessero vinto la calma della notte e la luce delle stelle. Il cielo non c'era più. Ma vedi adesso: è come se gli uomini non avessero fatto niente; le stelle brillano come prima e sono i nostri fuochi che non ci sono più>.
Mi fissò attraverso la sottile fessura delle palpebre, stirò un poco di più la bocca accennando un sorriso e mi accarezzò, lisciandomi i capelli.

Gli zii avevano lasciato Milano ed erano tornati a vivere al Castelletto di Roverbella. Ormai ragazzo, trascorrevo le mie vacanze estive a Roverbella, dallo zio Cecchino, fratello di mamma. Con i cugini e gli amici del paese mi scatenavo a correre in bicicletta, a giocare nei campi, a nuotare nei fossi. Le ferme e soffocanti calure della campagna mantovana non riuscivano a snervare le nostre energie. Trovavamo sempre qualche cosa da fare e vivevamo regolandoci con il vivere della natura. Quasi ogni pomeriggio, quando l'afa diventava insopportabile e i grandi, infiacchiti, riposavano, furtivamente andavamo a tuffarci in Molinella, il più grande e profondo dei fossi che traggono l'acqua dal Mincio. Nel suo lungo percorso, la Molinella passa per il Castelletto dove, ancora oggi, un ponte ad arco la scavalca consentendo alla strada di continuare fra i campi, al di là delle poche case della frazione. Dal punto più alto del ponte ci si capriolava in acqua, spingendoci l'uno l'altro dalla spalletta, e a nuoto, seguendo il corso del fosso, si raggiungeva la proda qualche centinaio di metri più in là; aggrappandoci all'erba si risaliva e per i campi riguadagnavamo di corsa la strada, allora in terra battuta, per rotolarci nella polvere calda della ghiaia tritata dai carri. Così incipriati ci si ributtava nell'acqua limpida per il piacere di vedere la corrente che, togliendoci di dosso la secca crosta, s'intorbidava tutt' attorno ai nostri corpi, che parevano disfarsi. Il gioco si ripeteva fin che ci concedevamo al sole. Uno di quei campi finiva dietro la casa degli zii e dalla riva, se le colture erano basse, vedavamo la zia affondata nella sua poltroncina di vimini che, appisolandosi di tanto in tanto, portava avanti i suoi lavori di cucito, all'ombra di una profonda pergola di vigna.

Enos Passerini - 05 Sulla destra della piccola casa, fra i diversi verdi del trionfo estivo, una macchia di colore: erano i fiori coltivati in un'aiuola dove crescevano anche rosmarino ed erba salvia. Quando il sole aveva ricominciato a bruciare sulla pelle e la gola s'era fatta arsa, prima di tornare sulla via a riprendere i vestiti, si andava dalla zia a bere. Le vivaci raccomandazioni di non avere troppa confidenza con la Molinella -l'aqua dei fosi l'è traditora - ed i bruschi rimbrotti urlati per il nostro succinto abbigliamento - se par  miga boni a andar in giro in mudande - erano il suo saluto e il nostro scotto per entrare in casa. Sull'acquaio c'era una secchia di rame dalla quale prendavamo l'acqua a piene mestolate; prima di andarcene era nostro compito riempirla di nuovo alla pompa ponendo attenzione a far scorrere a lungo l'acqua perchè venisse fresca. Lo zio, quando rientrava, non doveva trovare la secchia vuota.
In quel periodo, lo zio Enos lavorava d'affresco e di graffito nelle chiese e nei palazzotti dei dintorni. A Roverbella aveva restaurato alcune figurazioni sulla volta della chiesa e dipinto di bel nuovo, in facciata ai lati del portale, due santi nella loro nicchia. La casa dei suoi, dove ancora abitava sua mamma, la "vecchia Passerini", si era nobilitata, rispetto alle altre della via, grazie alle decorazioni in graffito che, campiti i muri da finestra a finestra, si componevano sottogronda in una fascia continua dove si ricorrevano dei putti. Al cimitero aveva affrescato, ispirandosi ad una deposizione del Tintoretto, la cappella dove Enas riposava da anni.
 
La casa del Castelletto era mantenuta invece nella sua rustica semplicità e non mostrava all'esterno segni che la indicassero come la casa di un pittore. Piccola e rettangolare, libera sui quattro lati, faceva parte di un gruppo di case rurali costruite tutt'attorno ad una stalla e ad un cortile dove c'erano una grande aia e un basso lavatoio nel quale parte dell'acqua della Molinella s'abbandonava a un breve riposo. I lati corti della casa davano direttamente l'uno su una traversa che dopo un gomito giungeva alla strada, l'altro sui campi. A piano terra, s'aprivano verso la strada un locale adibito a sala e salotto e verso i campi la cucina col camino. Dalla cucina una ripida scala in legno, addossata alla parete, attraverso una botola metteva in comunicazione il piano di sotto con quello di sopra. Al piano superiore, oltre alla camera da letto, nella quale ritrovai alle pareti tutti i quadri di Enas e della zia, c'era, proprio dove si apriva la botola, lo spazio che lo zio s'era riservato per lavorare. Un cavalletto, una larga e liscia asse che alzata sul piano di due sgabelli e appoggiata alla parete serviva da tavolo da disegno, una sedia, un tavolino e un'incastellatura facevano lo studio del pittore. Nell'incastellatura erano ammucchiati disegni, fogli e rotoli di carta, colori, orci con pennelli e bottiglie con vernici e diluenti, libri d'arte e di lettura. Solo i ripiani più alti erano vuoti, destinati ad accogliere, allineate con cura e che non si toccassero, le mele serbate per l'inverno. E delle mele era il profumo di morbido e un poco di fermentato che si respirava sempre in quella casa, e ora, che ne risento il sapore nella memoria, capisco che quel profumo sa ormai anche d'antico.
In quello spazio lo zio dipingeva: i colori ritrovati, non più certo con il loro giovanile canto, ma smorzati da morbide ombre portate da lontano. Gli oggetti di cui in una casa ci si serve abitualmente erano quelli che, nella loro semplicità, ora lo interessavano. Un mortaio di bronzo con il suo pestello sul piano di un cantonale, un piccolo vaso di porcellana, una brocca di coccio, un vecchio paiolo di rama con accanto due carpe da poco pescate, un lavoro a maglia, con i ferri ed il gomitolo, posato in un angolo, erano i temi che svelavano, nella rispondenza sempre discreta dei toni, l'armonia da cui nasceva ora la sua pittura. In un trionfo di frutti estivi, il rosso della farinosa polpa di un'anguria e il giallo dei meloni che gli fa da controcanto si concertavano in modo d'accordarsi con i profondi bruni del fondo: l'estate si raccontava non nell'abbagliante luce, ma nella frescura dell'ombra. E le eleganti zucche dalla scorza solare e quelle matronali, bitorzolute e verdi, e le cipolle e le altre verdure appena colte nell'orto e rovesciate sul tavolo celebravano, con colori sottomessi, la realtà quotidiana. Un piatto bordato da un ricamo blu, un bicchiere, un coltello dal grosso manico di legno consunto, due bottiglie di spesso vetro verde, qualche oggetto di peltro, accomunati nel tono dell'atmosfera, si staccavano dal fondo vellutato per pochi effetti luminosi. E da quelle luci sommesse gli oggetti silenziosi prendevano voce ed il loro connaturato silenzio non era più muto, ma parlava e diceva che il sentimento dello zio s'era ritrovato: nella magia del chiaroscuro si era dissolta la sua disperazione.

Enos Passerini - 04 In un afoso e sonnolento pomeriggio di giugno, al Castelletto; dall'ombra della cucina guardo i campi verdi di grano novello che fuori si stendono al sole. Lo zio, in piedi, appoggiato mollemente alla credenza, le mani abbandonate nelle tasche dei pantaloni, senza giacca e con le maniche della camicia arrotolate sin poco sotto al gimito, il gilè però allacciato e il fiocco della cravatta nera ben annodato al collo, mi propone di andare con lui a dipingere. Me lo dice molto consideratamente, senza prendermi in giro, pur lasciando traparire dal tono che sarebbe stata sì una cosa seria, ma anche l'occasione di una scampagnata. Le labbra comunicano il loro immobile sorriso alle palpebre che socchiudendosi fanno più lucido e penetrante l'azzuro degli occhi.
Lo zio conosce la mia passione per la pittura, ma la proposta mi giunge comunque inattesa e mi sorprende e m'intimidisce, pur riempiendomi di gioia. Sotto sotto, da sempre desideravo, e nello stesso tempo temevo, che mi venisse offerta l'occasione di passare una giornata con lui, di stargli vicino a lungo senza che ci fossero altri, di vederlo lavorare, di ascoltarlo - perchè in tutto il tempo che saremmo stati insieme, anche se io non avessi trovato il modo di parlargli, lui, per quanto taciturno, mi avrebbe pur detto qualcosa - e questa occasione non devo perderla. Anche se un'intera giornata è lunga: tutto un giorno con lo zio, lui ed io, nella solitudine dei campi e nell'abbondanza di sole di una giornata estiva, con il serio impegno di dipingere, di mostragli che anch'io so fare, è un'impresa che non può non inquietarmi; ma tutto un giorno con lo zio è anche un'avventura che vale la pena di vivere, che devo vivere.
 
Il giorno stabilito, al mattino presto, con il cuore che mi batte in gola, arrivo puntuale al Castelletto. La sua bicicletta, una Umberto Dei nera con le gomme bianche, sempre pulita e in ordine, la sella di pelle, porta già legato sul portapacchi posteriore quanto è necessario per il nostro lavoro. A me la zia affida la borsa con quel che basta per rifocillarci. Lo zio è pronto: cappello, giacca, camicia e cravatta, panciotto, pantaloni rigati, scarpe nere dall'alta suola. Anch'io sono pronto: maglietta e pantaloncini, sandali. <Dove andiamo?> <Dove vuoi.> <Verso il Mincio?> <Verso il Mincio.>. Lui va e io dietro in silenzio. Lo sfrigolio della ghiaia sotto le ruote ci accompagna. Sulla strada bianca ci seguono le nostre ombre; mi piace vederle deformarsi secondo la direzione che noi prendiamo rispetto al sole; a tratti scompaiono nell'ombra di un albero, ma subito ricompaiono per scomparire ancora, più avanti, nell'ombra degli altri alberi che incontriamo sulla via. E' un gioco. Quando la strada passa vicino a qualche canaletto, sentiamo l'allegro mormorio dell'acqua che corre veloce. Lo zio, eretto sul sellino, gira le gambe magre sempre con lo stesso ritmo; io, no: per un po' resto dietro, poi lo raggiungo, lo affianco, lo supero, torno ad affiancarlo; lo guardo, ci sorridiamo e continuiamo ad andare in silenzio, lui con i suoi pensieri, io con i miei, Superiamo la cascina Delia, l'incrocio delle sei vie, il passaggio a livello della ferrovia Mantova-Peschiera. So che poco più avanti s'incontrerà la discesa di Pozzolo e allora pigio sui pedali per prendere velocità e mi lascio andare giù sfruttando il dislivello e vado fin che la spinta si smorza sulla strada tornata piana e lì mi fermo ad aspettarlo. Un filare di platani costeggia un vecchio muro sopra al quale spunta il tetto di una cappelletta con un piccolo campanile e vela. Arriva lo zio che ride divertito. Anche lui si ferma, appoggia la bicicletta al muro; si toglie il cappello, con il fazzoletto si asciuga la fronte e toglie l'umidore all'interno della tesa; si dà una spolverata ai pantaloni e batte e struscia le scarpe nell'erba. Una breve sosta, qualche sguardo, poche parole e riprendiamo ad andare. La pianura s'ingobbisce nelle prime colline verso il lago di Garda. Il caldo non offusca ancora l'aria e lontano s'intravede il Baldo. Raggiungiamo Valeggio, scendiamo al Borghetto, attraversiamo il Mincio e, costeggiando il canale Virgilio, ci dirigiamo verso Monzambano. La strada sale; la lasciamo per seguire un viottolo che entra nei campi e ci troviamo su uno sperone che dà sul fiume. Cerchiamo il punto che ci suggerirà il quadro.
Due alti cipressi alla nostra sinistra; alcuni cespugli di rovo e di morella dal piede dei cipressi si spingono fino al sentiero che, proseguendo davanti a noi, scende ripido al Mincio tagliando uno spazio aperto in basso sull'ansa del fiume. A destra il paesaggio continua nei campi dove, sul grano già alto ma ancora verde, s'allineano le chiome scure dei gelsi. Oltre il fiume la campagna, in ondulazione sempre più quiete, va a sparire nel cielo. Rizzando il suo cavalletto, spremendo i colori sulla tavolozza, prendendo i pannelli, schizzando le linee principali del lavoro, componendo il suo quadro e sorvegliando il mio, suggerendomi correzioni e accorgimenti, lo zio parla. Parla come se parlasse a se stesso, con ritmo più lento e tono più lontano del solito. Dice che l'artista è uno strano essere che, non si sa per quale volontà o quale combinazione, la natura ha dotato di una sensibilità curiosa che gli fa sentire in modo diverso dagli altri; che questa sua sensibilità, questo fatato talento, dolce ma inesorabile, che gli fornisce la chiave per entrare nel profondo di ogni stato d'animo e nell'universo della fantasia, lo obbliga, nel più assoluto rispetto però della sua libertà interiore, a far guardare e a far sentire agli altri quello che lui guarda e sente, per orientare e condurre gli altri alla ricerca di quella verità che, forse, neppure lui ancora conosce o che, forse, già ha conosciuto ma non ricorda. Che l'artista, nel ricordo o nella ricerca, impara a guardare ed a sentire quella verità che dovrà insegnare a guardare ed a sentire agli altri; che il primo altro che l'artista incontra è però se stesso e che perciò l'artista deve insegnare al proprio occhio a guardare per vedere e al proprio cuore a sentire per capire, ma non sempre quando l'occhio ha guardato ed  il cuore ha sentito ci sarà la sicurezza di aver visto a di aver capito, perchè a fondamento di ogni certezza artistica sta il dubbio che ogni volta rimette in in discussione quello che si guarda e quello che si sente per poter continuare a procedere sulla strada del vedere e del capire: e questa è la dificoltà dell'arte. Che la verità, cercata nel terribile fatica di innumerevoli tentativi o ricordata nella dorata penombra di dispersi sogni; che la verità trovata sembrerà sempre facile, perchè nella sua luce bruceranno tutti i tormenti che l'hanno preceduta.
Le sue parole riempiono la calma della bella mattina. I pensieri si srotolano in lunghe frasi continue che, allargandosi in cerchi sempre più ampi, toccano spazi dove mi perdo. E mi dice che l'artista deve usare pazienza e determinazione non solo per registrare il dolore e la gioia che viviamo in contradditorio e lacerante disordine, ma anche, e soprattutto, per elaborarli e trasformarli in qualche cosa che valga. E che quello che vale è la poesia, dove ogni angoscia si acquieta nella contemplazione della verità. Perchè, se l'artista vive la gioia e il dolore più degli altri, proprio l'artista non deve sottostare alla gioia o al dolore, ma dominarli entrambi nella forma, in modo che dal contenimento dei loro contrasti nasce una dignitosa e vigorosa grazia. L'artista i contrasti non li deve esasperare, ma comporre; la realtà deve essere interpretata. E, per interpretarla, la realtà va guardata e sentita ma poi religiosamente vista e capita. Solo così il mistero della realtà quotidiana passerà a far da sfondo transitorio e la verità, nascosta in quel mistero, potrà risultare ferma e conosciuta.
S'interrompe ed io, non più condotto dalla sua voce, mi ritrovo confuso. Quei cipressi, quei rovi, quel sentiero, quel fiume e quei campi, che prima ho guardato e visto come cipressi, rovi, sentiero, fiume e campi e che con quell'intento volevo rendere sulla mia tavoletta, non so più come vederli e interpretarli. Anche se mi sforzo di guardare, non distinguo e il paesaggio si astrae in azzuri e verdi che si chiamano e si rispondono ma che io non so più comprendere. Sento che si parlano, ma il loro linguaggio mi è diventato incomprensibile. Depongo i pennelli, avvilito.
Lo zio se ne accorge, mi viene dietro e guarda quello che ho fatto. Sta in silenzio e poi, quasi a concludere il suo lungo e per me astruso monologo, dice ancora che bisogna dipingere non con i colori ma con il sentimento e che ogni manifestazione d'arte ha la sua verità che non è mai reale. Non capisco proprio più niente e mi giro per guardarlo in faccia: incontro il suo sorriso enigmatico ed i suoi occhi che brillano. <L'atmosfera c'è e se continuerai a provare, qualche cosa imparerai; e se adesso di quello che ti ho detto hai capito poco, ma su quel poco che hai capito, col tempo, ci penserai, allora ne riparleremo>.

Enos Passerini - 03 Per alcunni anni ancora passai l'estate a Roverbella e ripetutamente m'incontrai con lo zio, senza però che quel discorso fosse ripreso. Erano anni in cui gli avvenimenti ribollivano. Si parlava di guerra. Il minaccioso evolvere delle situazioni incombeva su tutti e gli animi erano inquieti nell'esaltazione o nel timore. A questa effervescenza lo zio opponeva il silenzio; la sua tranquilità lo distingueva dagli altri; l'esaltazione o il timore non lo coinvolgevano.Non che ignorasse il peso del momento, ma la sua partecipazione era serena e composta: per la sua dolorosa esperienza aveva maturato una saggezza che gli permetteva di non sorprendersi qualunque fossero le evenienze della vita. 
Dopo le tranquille gioie e i disperati sconforti che avevano caratterizzato i primi anni familiari, lo zio s'era ritirato in uno spazio silenzioso e lontano da cui poteva contemplare lo scorrere degli avvenimenti senza che i subitanei contrasti delle loro luci ed ombre lo turbassero. In quel silenzio e in quella lontananza la sua coscienza, quieta ma non rassegnata, si moveva alla ricerca di una trascendenza che permettesse di dare al viaggio terreno quel senso universale che è dell'assoluto. E aveva capito che gli eventi semplici e umili sono fondamentali perchè le stagioni severe o amabili della vita trascolorino nello spirito.
Con le nature morte, dove gli oggetti stanno nell'ombrosa frescura di un angelo senza far rumore, o con i paesaggi, dove i dolci campi della pianura mantovana riposano nella luce di giorni senza tempo o i muri corrosi di vecchi mulini si specchiano in acqua lente e senza increspature, esprimeva la sua profonda esperienza interiore. In quegli anni di fanfare e di pianti, di trionfi e di sconfitte, lo zio Enos ricomponeva l'armonia dei sentimenti modesti nelle cadenze di pazienti indugi. Il suo animo non risultava quindi impassibile, ma teso a far trasparire il valore originario dell'esistenza. Con il travaglio dell'artista, che presuppone la presa di coscienza della realtà ma anche il distacco dal reale, era riuscito a trasformare le esperienze in sentimento, in quella "poesia" che contempla il senso della vita in parvenza eterna. Superate le turbolente visioni, il suo spirito, con instancabile dedizione, aveva composto i contrasti e raggiunto quel sereno equilibrio che nelle piccole cose permette di trovare il tutto.
In quegli anni, io maturato per il naturale passar del tempo ed anche per avere personalmente vissuto il dolore, ricco quindi di nuove sensazioni e di nuovi pensieri, penetrai il discorso che lo zio m'aveva fatto, quel giorno, sullo sperone di Mozambano, quand'ancora ero ragazzo. Capii l'importanza che quel discorso aveva avuto per lui e sono convinto che anche lui, senza che gliene dicessi nulla, capì quanto le sue parole avessero acquisto significato per me. Vivevo i quadri che dipingeva e respiravo l'aria che lui respirava; da lui volevo imparare la sua serenità, il suo distacco, la sua libertà. Solo allora fui certo di conoscere lo zio Enos.

 

In attesa del comando che l'avrebbe mandato a perdersi sul fronte russo, l'80° reggimento fanteria fece stanza qualche tempo a Roverbella. Fra i giovani, quelli venuti da lontano e già soldati e noi che ancora non lo eravamo, nacquero subito cameratesche amicizie. Durante il giorno andavamo a trovare i nostri nuovi compagni al campo e chiaccherando da una tenda all'altra in conversazioni e confidenze, fatte di parole e di sguardi, scherzavamo per esorcizzare i rischi del presente e cercavamo nelle passioni superstiti i sogni cui affidare il futuro. La sera, a gruppi, si faceva crocchio in piazza o s'andava a struscio lungo la strada principale per attacar discorso con le ragazze sedute alle porte di casa in attesa, per ritirarsi, che al campanile sonasse l'ora di notte. Quando il paese s'addormentava e quasi spariva avvolto nel buio dell'oscuramento, allora ci si spingeva verso i campi dove si accompagnavano in coro canzoni il cui sapore diceva da quale lontana regione veniva la voce sola che aveva dato via al canto.

Una di quelle sere, in piccolo gruppo, camminammo tanto sulla strada per il Castelletto che ci trovammo dietro la casa degli zii. La zia Bianca e lo zio Enos, seduti sotto la pergola, al buio, aspettavano l'ora per andare a letto. All'incontro la sorpresa fu reciproca e lo zio, per darci il benvenuto e metterci a nostro agio, aprì una bottiglia del suo vino. Accoccolati sull'erba, parlammo pigramente e senza impegno e quando i discorsi tacquero, uno di noi accennò un canto antico che la zia conosceva e la zia lo continuò a mezza voce. Lo zio si alzò, lentamente finì il suo bicchiere, entrò in casa e poco dopo tornò tra noi con una chitarra: per tutto il resto della sera accompagnò le nostre voci e quella della zia, che ormai apertamente cantava con noi. Come una canzone si perdeva, subito se ne intonava un'altra e qualcuna veniva suggerita dalla zia e per cui cantammo anche romanze e con particolare successo <Una furtiva lacrima>, sua struggente passione.

Mai avevo visto quella chitarra, mai avevo saputo che lo zio suonasse, mai che la zia cantasse e sono ben sicuro di non aver più rivisto quella chitarra e di non aver più sentito la zia cantare. Mi convinsi, e ancora oggi lo sono, che quella misteriosa chitarra fosse venuta fin lì, quella sera, da un desolato territorio dell'Argentina, perchè nel suo suono ci abbandonassimo docilmente al trascorrere del tempo, dimenticando le circostanze del momento, come già doveva essere sucesso allo zio quando, forse, l'aveva incontrata tanti anni prima.
Passarono altri giorni e l'80° fanteria partì; rimanemmo soli e qualche ragazza pianse.

L'estate finì, ma quell'anno non tornai a Milano: la casa era stata distrutta dai bombardamenti.
La guerra s'era fatta minacciosamente vicina; da Mantova lenti e tristi convogli portarono in Germania ciò che rimaneva delle truppe disfatte e dal Brennero biondi giovani dalle armi ancora lucide scesero verso il fronte. Camion, carri, cannoni attraversarono il paese e la densa polvere e il sordo rombo, sollevati nelle campagne, durarono a lungo e di più durò il loro ricordo. Quando la grande massa finì di passare, a Roverbella rimasero pochi e stanchi militari tedeschi. Nella campagna noi sapevamo dove stava ancora nascosto qualche nostro sbandato al quale davamo notizia di quando e di come sarebbe passato uno sgangherato camioncino che l'avrebbe portato via, non si sapeva dove.

I campi ingiallirono nell'autunno e venne l'inverno. Seguii le lezioni al liceo Virgilio di Mantova, andandoci prima con il treno e poi, quando la linea ferroviaria era diventata frequente bersaglio dei mitragliamenti aerei, in bicicletta. I giorni passavano lenti e cupi, l'uno diverso dall'altro ma fatti uguali dall'attesa che tutto finisse, perchè ormai, qualsiasi cosa succedesse, niente poteva succedere che non ci si avvicinasse alla fine della guerra. Si rimaneva caparbiamente attaccati a quello che era dovere fare e ci s'imponeva di continuare a farlo anche per non avere il tempo di lasciarsi impressionare da quello che altrove, ed ormai anche tanto vicino, stava accadendo. Delazioni, tradimenti, agguati, ritorsioni, fucilazioni, bombardamenti erano dovunque. La distruzione e la morte avanzarono serie e feroci e le facce si trasformarono in maschere disperate, ma senza lacrime, perchè non bisognava piangere, perchè piangere avrebbe significato accettare, e non bisognava accettare, l'insensatezza delle cose.

In quell'inverno lo zio, le labbra più sgonfie e tese e le palpebre più fisse e serrate, guardava gli uomini perdersi; ma la sua espressione non cambiava più di tanto perchè, come ripetutamente gli uomini s'erano persi e ritrovati, sapeva che anche questa volta si sarebbero ritrovati, solo per poter poi tornare a perdersi.

A primavera quei pochi militari tedeschi, che ormai conoscevamo e ai quali quasi cominciavamo a voler bene, abbandonarono il paese senza che ce se ne accorgesse. In uno di quei giorni, quando i campi cominciano a inverdire, uomini male armati, alcuni in consunte divise, altri in raffazzonati e logori panni borghesi, chi a piedi e chi su sfasciati motocarri, comparvero a Roverbella. Lo zio Enos, con la spontaneità di chi ben conosce e ben è conosciuto da quelli ai quali s'accompagna, s'unì ad essi. Nulla di lui era cambiato, se non l'incredibile presenza sulla sua spalla di un vecchio fucile da caccia che chissà dove aveva preso. La gente che stava per le vie, incredula di travarlo in quell'inaspettato ruolo, lo guardava sorpresa, ma lui, sicuro e compassato come sempre, se n'andava in ronda raccomandando a chi incontrava di mantenere la calma, di non fuggire e, per evitare i pericoli, di non far capannello e di non esitare a tornarsene prudentemente in casa.
Quella quiete spaventata durò sin quando di nuovo sulle strade si sollevò la stessa densa polvere e nell'aria risonò lo stesso sordo rombo che una volta aveva significato guerra e morte, ora invece pace e vita. Le truppe americane entrarono in paese e le maschere della paura e della disperazione si sciolsero, ma sui visi di tutti sarebbero rimasti a lungo i segni di un tale flagello.


Gli zii lasciarono il Castelleto e vennero ad abitare a Roverbella. Il loro semplice e silenzioso modo di essere non cambiò. Così, anno dopo anno, invecchiarono dignitosamente unendo ancora di più le loro vite nell'uguale destino.

Lo zio Enos, continuando a dedicarsi alla ricerca della sua verità, mantenne vivo lo spirito e s'oppose al lento estinguersi del corpo. Gli oggetti umili ed i paesaggi distesi furono ancora le ragioni del suo fare, ma la fantasia e il sentimento avevano trovato sempre maggior spazio e libertà. Le pennellate non rispettarono più le rigorose strutture del disegno ma, spezzettandosi e sfrangiandosi, descrissero in allusive effervescenze coloristiche un mondo che, privato delle sue concretezze, si realizzava in modi aerei e sognati. Lo zio analizzava sempre la realtà, ma ora senza timore la disfaceva, non per fuggirla bensì per ricomporla, svelandone l'intima e segreta anima. Le cose persero pertanto la loro evidenza e, apparendo in ondulate distese d'azzuro, sublimarono la loro essenza in concetti astratti. La sua arte, isolata fuori dal tempo non per volontà d'evasione ma per l'impegno di additare una perfezione, si tese in capricciose visioni. Dalle acque calme, dai cieli blu, dalle lontananze che non avevano confini, dalle rotte architetture che le pennellate ormai solo suggerivano, nacquero emozioni che sognavano la poesia dell'infinito.


Lo spirito dello zio si confuse e si smarrì per l'inesorabile severità del tempo e al corpo vennero meno le forze.

Incontrai lo zio per l'ultima volta in uno stanzone d'ospedale a Mantova. L'azzuro dei suoi occhi, ancora lucido nelle lacrime che l'inumidivano, fissava la finestra davanti al suo letto: il Ponte dei Mulini, sopra le immobili acque del lago, portava lontano lo sguardo, verso la campagna e il cielo sul quale strisciavano bianche nubi.